Guardando alcune tracce sulla sabbia o nella neve, sapresti dire a quale animale appartengono?

Ad esempio, che impronte sapresti riconoscere nella foto qui sotto?

Magari non tutti sappiamo distinguere l’orma di un cane da quella di una volpe, eppure sono sicura che tutti voi abbiate riconosciuto quella dell’uomo. È la più facile da individuare: è l’unica che non abbellisce ciò su cui si poggia e, soprattutto, è la più persistente.

Avete mai provato a fotografare un’orma di un animale sulla sabbia? Dovete fare in fretta perché bastano un soffio di vento o una piccola onda per farla sparire, come se non fosse mai esistita.
Cancellare le tracce lasciate dall’uomo è diverso: possono servire pochi mesi, ma anche migliaia di anni. Proprio così: la bottiglietta di plastica che oggi lasciamo sotto la sdraio sarà ancora da qualche parte fra 1000 anni, se nessuno se ne occupa.

Ognuno di noi vorrebbe essere ricordato dalle generazioni future. Charles Dickens è celebre per i suoi libri, Martin Luther King per il suo impegno civile e Marie Curie per le sue scoperte. Ognuno di loro ci ha lasciato ispirazione, ideali e valori. Come loro, tutti noi dovremmo voler lasciare qualcosa ai posteri, magari, qualcosa che non sia un rifiuto.

Cos’è l’impronta ecologica?                                                                                     

Tutti noi lasciamo un segno su questo pianeta, la chiamano “impronta ecologica”.

Wikipedia definisce l’impronta ecologica come “un indicatore complesso utilizzato per valutare il consumo umano di risorse naturali rispetto alla capacità della Terra di rigenerarle”. Misura l’area biologicamente produttiva di mare e di terra necessari a rigenerare le risorse consumate dalla popolazione umana e ad assorbire i rifiuti prodotti.

In parole più semplici, guardando l’impronta ecologica si vorrebbe che la Terra fosse in grado di rigenerare tutte le risorse che usiamo per vivere e che a lei servono per assorbire i nostri rifiuti. Ma indovinate: i risultati ci dicono che, già da parecchi anni, il nostro Pianeta non riesce a starci dietro. Consumiamo troppo e dobbiamo sempre attingere alle scarse riserve terrestri.

Sfruttare risorse e produrre rifiuti è inevitabile, lo sappiamo tutti. Il cibo ci serve per nutrici, l’acqua per dissetarci, i terreni per coltivare, allevare e costruire, e tutto questo produce scarti… ma allora è possibile ridurre la nostra impronta, oppure no?

Forse mi sento di rispondere di sì perché, fin da quando sono piccola, i miei genitori mi hanno sempre ripetuto che nulla è impossibile. O forse, e più probabilmente, perché sarebbe incoerente pensare che, grazie al progresso, l’uomo non sia in grado di acquisire la consapevolezza che sia necessario salvaguardare l’ambiente, perché forse è al vertice del sistema, ma sicuramente ne è dipendente.

“L’uomo è artefice della propria sorte…”, disse Appio Claudio Cieco più di 2000 anni fa.
La nostra sorte è legata a quella del pianeta in cui viviamo: siamo artefici anche della sorte della Terra. È arrivato il momento di darci da fare!

Quanto misura una “buona impronta ecologica”?

L’impronta ecologica non è un dato da considerare solo aggregato: ognuno di noi singolarmente ha un impatto sull’ambiente.

Per aumentare la nostra consapevolezza personale, molte organizzazioni, fra cui il WWF e il Global Footprint Network, mettono a disposizione dei calcolatori di impronta ecologica.

Per ottenere il risultato dobbiamo rispondere a diverse domande: alcune sui nostri acquisti, altre sui viaggi che facciamo, oppure sul riscaldamento di casa nostra.
Sono solo dei ficcanaso o tutte queste domande sono davvero necessarie? Non sono degli impiccioni e queste domande sono necessarie se vogliamo prendere in considerazione tutti gli elementi che influenzano il futuro del nostro pianeta.

Alla fine, il test ci dà un risultato in Pianeti Terra. È un’unità di misura particolare, ma perfetta per il nostro scopo: ci dice, infatti, di quanti Pianeti avremmo bisogno se tutti mantenessimo lo stile di vita descritto, ma di Terra ne abbiamo una sola.

Avere un fabbisogno minore di 1,7 vuol dire avere uno stile di vita più sostenibile rispetto alla media della popolazione mondiale. Ma la media italiana? 2,7! Come Spagna e Francia, ma minore della Germania (3) e degli Stati Uniti (5).

Ogni Nazione ha la propria impronta ecologica!

Fonte: Global Footprint Network

E allora quale sarebbe un buon risultato? Di cosa ognuno di noi dovrebbe andare fiero? Dipende dalla nazionalità e dallo stile di vita imposto? Ottenere 1,6 nel test vorrebbe dire essere meglio della media mondiale: potrebbe bastare?

Dobbiamo confrontarci con il mondo che abbiamo a disposizione, che però è sempre e solo uno. La risposta è semplice: un buon risultato è un valore minore di 1.

Solo così agiamo in maniera sostenibile: se otteniamo un valore minore di 1 utilizziamo meno risorse di quelle che la Terra ci mette a disposizione ed è in grado di rigenerare.
Non è una competizione, essere peggiori della media mondiale o migliori dei propri connazionali non cambia il numero di pianeti a disposizione. Superare quel fatidico 1 non significa solo togliere risorse ad altri, ma anche a noi stessi e a chi verrà dopo di noi.

 

Cosa può fare Ecodyger?

Ecodyger aiuta a ridurre la nostra impronta ecologica.

Previene i rifiuti, allunga il ciclo di vita dello scarto organico, mette a disposizione nuove risolse e aiuta il nostro unico Pianeta.

 

di Simona Romerio – Responsabile comunicazione marketing presso ECODYGER Srl Società Benefit