Luglio 2021 è stato il mese più caldo della storia, o almeno, degli ultimi 142 anni. Un primato che non avremmo voluto vedere, ma cui ormai siamo abituati: la temperatura di luglio di quest’anno ha, infatti, visto un aumento di 0,01 gradi Celsius rispetto al precedente record, registrato a luglio 2020, che a sua volta aveva superato il precedente primo classificato luglio 2019.

Rick Spinrad, della National Oceanic and Atmospheric Administration che ha condotto la ricerca, ha detto: “questo record si aggiunge all’inquietante e distruttiva prospettiva che il cambiamento climatico ha in serbo per il Pianeta”. Ma quanto costa il cambiamento climatico?

Il fine giustifica i mezzi?

Il fine giustifica i mezzi.

Una frase discutibile, pronunciata centinaia di anni fa: popolarmente attribuita a Machiavelli (1500), più correttamente ascrivibile a Ovidio (43 a.C.), eppure… ancora attuale in qualche modo.

Negli ultimi decenni, il profitto è stato al centro di tutto e, come 2000 anni fa, le conseguenze negative dovute alla sua ricerca sono state considerate un male necessario.

Il guadagno giustifica i danni ambientali.

Ancora oggi, gran parte dell’attività economica richiede pratiche dannose per l’ambiente. Il profitto è l’obiettivo primario, non importa se per raggiungerlo si distrugge parte di ciò che ci circonda e che chiamiamo casa.

Ma cosa succede quando il fine stesso viene messo a repentaglio dai mezzi utilizzati? Quando la disattenzione nei confronti dell’ambiente a favore di una crescita economica blocca essa stessa la scalata verso i profitti?

È necessario chiedercelo perché il cambiamento climatico non colpisce “solamente” la nostra salute e l’ambiente, ma anche l’economia.

Quanto costano i disastri ambientali?

Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente, negli ultimi quarant’anni, il climate change ha causato perdite economiche per 446 miliardi di euro all’interno dei Paesi membri dello Spazio Economico Europeo (SEE). Ciò significa che 11 miliardi di euro all’anno sono stati persi a causa degli eventi climatici avversi avvenuti tra il 1980 e il 2019 e che “le perdite cumulate deflazionate sono pari a quasi il 3% del PIL dei Paesi analizzati” (Agenzia Europea dell’Ambiente).

Ogni anno e ogni Paese sono stati colpiti da differenti disastri ambientali, che hanno avuto impatti e conseguenze diverse.

Secondo lo studio, l’anno più duramente colpito è stato il 1999, quando le perdite economiche dei Paesi SEE sono state pari a 35 miliardi di euro. Al contrario, il periodo che ha sofferto meno il cambiamento climatico è stato il 1991, che ha visto la perdita di “solo” 2,2 miliardi di euro.

Le variazioni continuano anche dal punto di vista geografico, dove i Paesi più danneggiati sono la Germania, con perdite pari a 107 miliardi, seguita dall’Italia e dalla Francia, che hanno perso rispettivamente 72 e 67 miliardi di euro. La classifica appena riportata non tiene però conto della densità di popolazione degli Stati, in quanto i dati economici sono presi in valore assoluto.

Per avere una visione più oggettiva del fenomeno, è possibile analizzare gli impatti del cambiamento climatico ad abitante. Vediamo così che i Paesi che hanno subìto il colpo più forte diventano Svizzera e Lussemburgo, con perdite rispettivamente di 2.600 e 2.100 euro pro capite. Al contrario, la Germania e il nostro Paese perdono posizione, andando a occupare rispettivamente la quinta, con 1.329 euro di perdite ad abitante, e la sesta (1.254 euro).

Analizzare è difficile, ma anche importante

L’Agenzia Europea dell’Ambiente ha affermato che non è stato facile condurre la ricerca per ottenere dei risultati validi: questo a causa soprattutto dell’altissima variabilità di manifestazioni climatiche durante il periodo analizzato (tipologia, entità, luogo e momento di manifestazione). Ogni anno è stato caratterizzato da differenti fenomeni climatici con conseguenze molto eterogenee, infatti, il 3% degli eventi manifestatisi è responsabile di più del 60% delle perdite economiche totali.

Indipendentemente dalle loro diversità, questi eventi climatici sporadici ma estremi sono diventati sempre meno eccezionali, ma più impattanti: “gli eventi estremi legati al clima diventeranno ancora più frequenti in tutto il mondo” afferma il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico.

C’è bisogno di intervenire: l’Europa lo sa.

Per neutralizzare del tutto i disastri ambientali è troppo tardi. Cancellare totalmente il climate change è oggi un’utopia: diminuirne le cause, indebolirne gli effetti ed essere pronti all’inevitabile, invece, è un obiettivo concreto.

Per essere preparati a ciò che ci aspetta, “il monitoraggio degli impatti del cambiamento climatico diventa fondamentale per informare la politica e garantire che vengano intraprese azioni appropriate per ridurre al minimo i danni” dice l’Agenzia Europea per l’Ambiente.

L’informazione ottenuta grazie a ricerche specifiche sul cambiamento climatico e sui suoi impatti, guida l’Europa verso una strategia di mitigazione in grado di rinforzare la resilienza dell’Unione e di garantire che sia preparata e in grado di gestire le conseguenze cui stiamo andando incontro.

È necessario un approccio globale e integrato a livello europeo. La resilienza dell’Unione sarà migliorata solo attraverso la preparazione e la prevenzione dei cambiamenti climatici, le quali dovranno essere accompagnate dall’identificazione di una risposta alle conseguenze a oggi inevitabili.

Per questo, la Commissione Europea e l’Agenzia Europea dell’Ambiente hanno sviluppato la piattaforma Climate-Adapt, che sostiene l’azione dei singoli Paesi diffondendo le conoscenze sul cambiamento climatico, i suoi impatti, le strategie e i piani di adattamento.

di Simona Romerio – Responsabile comunicazione marketing presso ECODYGER Srl Società Benefit