Tutto il mondo nel 2020 si è trovato improvvisamente fragile e al buio: l’arrivo di un virus pericoloso e la scomparsa di persone care, il lockdown e la chiusura delle attività, l’assenza di reddito, i mutui e gli affitti da pagare.

Stime e dati 2020 della Banca Mondiale hanno evidenziato una contrazione del PIL e del commercio internazionale senza precedenti. Secondo il Fondo Monetario Internazionale 90 milioni di persone potrebbero precipitare sotto la soglia di povertà estrema e avere un reddito di meno di 1,90 dollari al giorno. Questa recessione è stata definita come una delle peggiori dalla prima rivoluzione industriale ad oggi. I paragoni che sono stati fatti con la peste del seicento o con le grandi guerre possono rendere l’idea, ma gli attuali equilibri risultano molto più fragili.

Oggi sono in atto tre rivoluzioni.

La prima è economico tecnologica: comporta un empowerment generale, ma allo stesso tempo determina anche un’ulteriore crescita della disoccupazione, accentua le disuguaglianze e provoca l’impoverimento del ceto medio nei paesi sviluppati.

La seconda è, se vogliamo, conseguenza diretta della prima ed è sociale e democratica: maggiore connessione e partecipazione si traducono in consapevolezza e criticità, desiderio di maggiore trasparenza e di libertà individuali.

La terza è geopolitica: il ruolo sempre meno centrale di un mondo egemonizzato dagli Stati Uniti e l’ascesa dei paesi emergenti in un mondo sempre più multipolare. La globalizzazione prosegue, ma è guidata da nuovi attori con differenti valori e si traduce in nuove forme di contrapposizione tra i principali protagonisti sulla scena mondiale.

Il Vecchio continente non è estraneo alle rivoluzioni: deve accettare la sfida globale e reagire a queste dinamiche, nonostante abbia subìto un ulteriore rallentamento con la sovrapposizione della crisi pandemica alla crisi finanziaria dell’ultimo decennio.

Il recupero economico non sarà facile, per questo la Commissione Europea, il Parlamento Europeo e i leader dell’Unione nel luglio 2020 hanno dato vita a un piano per la ripresa dell’Europa, il NextGenerationEU (NGEU).

 

Il NextGenerationEU è uno strumento di ripresa temporaneo destinato a sostenere gli investimenti degli stati membri fra il 2021 e il 2023.

È stato paragonato al piano Marshall, ma vuole essere qualcosa di più, a partire dal nome: la “Next Generation“ è la prossima generazione, quella che riceverà la nostra eredità. È accompagnato dalla presa di consapevolezza del Green New Deal annunciato un anno fa, prima che venissimo travolti dagli eventi e dal virus.

L’obiettivo del piano è riparare i danni economici e sociali causati dalla pandemia, per gettare le basi per un nuova Europa.

 

Il NGEU prevede lo stanziamento di un totale di 750 miliardi di euro, emessi tramite sovvenzioni e prestiti a lunga durata e costituisce insieme al nuovo bilancio a lungo termine dell’UE il più ingente pacchetto di misure di stimolo mai finanziato dall’Unione. Il 50% dell’intero importo ha l’obiettivo di sostenere la modernizzazione dei paesi europei, incentivare la ricerca, l’innovazione e le transizioni climatiche eque, mentre il 30% dei fondi sarà riservato all’economia sostenibile e ancora alla lotta ai cambiamento climatici.

Il più importante tra gli strumenti previsti per la realizzazione del piano è il dispositivo per la ripresa e la resilienza, che mette a disposizione più di 670 miliardi di euro per sostenere gli investimenti effettuati dagli stati membri per rendere le proprie economie “più sostenibili, più resilienti e più preparate alle sfide e alle opportunità della transizione ecologica e di quella digitale”.

Con le risorse messe a disposizione l’Unione Europea vuole ottenere un recupero basato sulla sostenibilità. Il dispositivo per la ripresa e la resilienza è strettamente connesso alla strategia annuale per la crescita sostenibile, che pone l’accento sulla promozione della sostenibilità competitiva per realizzare un’economia al servizio dei cittadini e del pianeta.

Ogni programma nazionale, chiamato piano nazionale per la ripresa e la resilienza (PNRR), deve essere incentrato sulla transizione verde e digitale prevista dall’Unione e contribuire al raggiungimento degli obiettivi di economia sostenibile: tutti i progetti devono includere una spesa di almeno il 37% dei fondi totali per le riforme e gli investimenti relativi al clima e agli obiettivi del Green New Deal.

L’altro intento della Vecchia Europa è fare in fretta: “tutti gli investimenti vanno realizzati entro il 2026”!

Ecodyger crede nella transizione verde e nella possibilità che l’economia sostenibile rappresenti un punto di forza per la competitività imprenditoriale europea ed italiana.

 

di Michele De Pascalis – Technical Department Specialist presso ECODYGER Srl Società Benefit