Hai mai sentito parlare al telegiornale, in radio o su una rivista, di cambiamento climatico?

Quando sentiamo queste parole, cosa passa per la testa a ognuno di noi?

Probabilmente, ci vengono in mente i mezzi di trasporto, le emissioni delle automobili o degli aerei. Oppure pensiamo in positivo agli impianti fotovoltaici, alle turbine eoliche e alle altre energie rinnovabili. Sicuramente, tutti noi siamo a conoscenza dei ghiacciai che si sciolgono, del riscaldamento globale e dell’estinzione di specie animali e vegetali.

Quando si parla di problemi ambientali, individuiamo cause e conseguenze; e le possibili soluzioni?
Facciamo ipotesi e congetture, ma spesso ci dimentichiamo di considerare alcuni elementi che invece hanno un ruolo importante in questo cambiamento.

Anno dopo anno nell’ultimo secolo abbiamo immesso in atmosfera sempre più gas serra, molti dei quali provenienti dall’utilizzo di combustibili fossili impiegati in fabbriche, mezzi di trasporto e agricoltura.

Il riscaldamento climatico è ulteriormente aggravato dalla perdita di foreste e zone umide: si stima che ogni giorno vengano ancora abbattuti più di 32 mila alberi e per l’industria del legname e per la costruzione di campi agricoli.

La filiera agroalimentare, il nostro accesso al cibo, la nostra esigenza quotidiana incidono in maniera importante sul riscaldamento globale.

La filiera agroalimentare comprende tutti gli attori e i processi che permettono la produzione di un bene alimentare e la sua distribuzione per il consumo. Ciò significa che al suo interno troviamo l’agricoltura, gli allevamenti di animali, la pesca, ma anche il commercio.

Ognuna di queste fasi ricade sull’ambiente e questa incidenza viene calcolata in base ad alcuni indicatori di sintesi come l’impronta carbonica, l’impronta idrica e l’impronta ecologica.
Questi analizzano, rispettivamente, la quantità di emissioni di gas serra misurate in CO2 equivalente, il volume di acqua consumato direttamente o indirettamente e la superficie terrestre o marina necessaria a generare le risorse consumate e quella destinata a smaltire i rifiuti prodotti.

Oggi i dati dicono che l’agricoltura, in Italia, è responsabile del 7,2% delle emissioni totali di CO2 equivalente e, se escludiamo quella biologica, i pesticidi e i fertilizzanti normalmente utilizzati sono fonte di inquinamento per le acque; l’allevamento intensivo europeo, negli ultimi 10 anni, ha inquinato più di tutti i veicoli in circolazione nell’UE: 502 milioni di tonnellate di CO2, alle quali si aggiungono altri 200 milioni nel momento in cui prendiamo in considerazione anche le emissioni indirette.

Il consumo di suolo portato dalla filiera agroalimentare si traduce nella perdita di una risorsa ambientale fondamentale. Le scorrette pratiche agricole e zootecniche causano processi degradativi e danni irreversibili per il terreno, cosicché il ripristino dello stato preesistente sia spesso molto difficile, se non impossibile.

Il prodotto finale è sempre il rifiuto. È il culmine dei diversi processi della filiera agroalimentare e le sue emissioni sono calcolate in 186 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti.

Nel rapporto “The state of Food and Agriculture 2019” della FAO è stimato che dal raccolto alla vendita, lungo la catena di produzione degli alimenti, il 14% del cibo viene perso e diventa rifiuto. Questo porta alla produzione di 3,3 miliardi di CO2 equivalente: se lo spreco alimentare fosse una nazione sarebbe al terzo posto, dopo Stati Uniti e Cina, tra i paesi che emettono più anidride carbonica.

Lo spreco alimentare è quindi una questione etica e sociale, ma anche economica e ambientale.

 

L’impegno della filiera agroalimentare nella prevenzione dei rifiuti

Le Nazioni Unite, nell’Agenda per lo sviluppo sostenibile 2030, si sono poste l’obiettivo di dimezzare il quantitativo di rifiuti alimentari derivanti dalle fasi di produzione, vendita e consumo all’interno della filiera. Così ogni organizzazione, dalla grande multinazionale alla piccola impresa familiare, dovrà essere in prima linea nella riduzione dei rifiuti.

I rifiuti alimentari sono, per lo più, le eccedenze, ossia quella parte di cibo che non viene consumata semplicemente perché “in più”: il pane non mangiato, il piatto di zuppa non servito, lo yogurt non venduto.

Attraverso attività di prevenzione, ogni azienda ha la possibilità, ma anche il dovere, di diminuire la produzione dei propri rifiuti.
Prevenire, agire prima, evitare che gli alimenti diventino rifiuti. Ma come si fa?

Le possibilità sono infinite: pianificare meglio le produzioni, donare il cibo in eccesso, riutilizzare gli avanzi, ridurre il volume del surplus.

Con la volontà e le giuste tecnologie, ogni azienda ha la possibilità di ridurre il proprio impatto sull’ambiente, difendendo acqua, suolo, risorse e ognuno di noi.

Ecodyger si inserisce all’interno di questa visione e agisce nella prevenzione.
Interviene prima che la materia divenga rifiuto, la stabilizza mantenendone le proprietà e la rende fruibile nel lungo periodo per attività differenti dal semplice smaltimento.

Ecodyger agisce in un’ottica di economia circolare: allunga la vita di una risorsa che altrimenti sarebbe solo destinata a diventare spreco.

Scopri di più sulle nostre macchine: anche tu puoi fare la differenza.

 

 

di Simona Romerio – Responsabile comunicazione marketing presso ECODYGER Srl Società Benefit