Mancano poche settimane all’attesissima COP26 di Glasgow. Un evento globale per il clima, da realizzarsi inizialmente a novembre 2020 e rimandato di un anno a causa della pandemia. Un momento chiave nel combattimento al riscaldamento globale, nel quale tutti ripongono la speranza di una svolta: la nascita di politiche concrete per un futuro sostenibile e in armonia con l’ambiente.

Una conferenza che porta nel suo nome 26 anni (e più) di lotte al cambiamento climatico, iniziate nel 1990. Un’epoca di svolta, in cui l’attenzione verso l’ambiente si trasformò da concetto astratto, a obiettivo politico globale: una storia che vogliamo raccontarvi.

L’inizio delle politiche eco-sostenibili

Tutto ebbe inizio alla fine del secolo scorso.

L’uomo aveva iniziato da qualche anno a notare l’influenza negativa delle sue attività sull’ambiente che lo circondava; l’industria, le automobili… c’era il sospetto che potessero recare danni all’ecosistema, ma nessuno poteva affermare con convinzione cosa facesse male all’ambiente, e soprattutto, in che misura.

L’impatto dell’uomo sul clima era un fenomeno ancora troppo sconosciuto per prendere decisioni drastiche a riguardo; la maggior parte delle informazioni erano, più che altro, supposizioni. Così per molto tempo si decise di non agire, fino agli anni Novanta quando arrivarono le prime prove scientifiche.

Fu esattamente all’inizio del decennio che venne diffuso il primo studio sul riscaldamento globale. I risultati pubblicati erano poco confortanti, ma per la prima volta si ebbe una certezza: le emissioni causate dalle attività umane rivestivano un ruolo fondamentale nel cambiamento climatico.

Questa nuova conoscenza diede il via a un periodo di evoluzione, che ebbe ufficialmente inizio nel Giugno del 1992, quando venne organizzato a Rio de Janeiro il Summit della Terra: la prima conferenza mondiale dei capi di Stato sull’ambiente. Un evento senza precedenti in termini mediatici, di scelte politiche e di partecipazione: riunì 172 governi, 108 Capi di Stato e 2.400 rappresentanti di organizzazioni non governative.

Chiamato ufficialmente “Conferenza sull’Ambiente e sullo Sviluppo delle Nazioni Unite”, il Summit della Terra viene ancora oggi considerato come uno dei passaggi fondamentali nel processo di cooperazione ambientale internazionale. In questa occasione furono firmati diversi accordi in tema di sostenibilità, fra cui uno dei più importanti fu la Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (in inglese United Nations Framework Convention on Climate Change o UNFCCC).

Differenti responsabilità ma un unico obiettivo

La Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici nacque per combattere “le pericolose interferenze umane con il sistema climatico”. Sulla base della nuova consapevolezza comune, oltre 150 Stati decisero di firmarla.

L’accordo non poneva limiti obbligatori sulle emissioni alle singole parti firmatarie: attraverso obiettivi non legalmente vincolanti chiedeva interventi, a livello internazionale e individuale, al fine di stabilizzare la concentrazione dei gas serra e di implementare le iniziative per l’efficienza energetica.

Sebbene gli obiettivi fossero comuni, le responsabilità attribuite alle singole parti non erano le medesime poiché non tutte erano in grado di affrontare gli stessi sforzi.

La Convenzione stabiliva che le parti dovessero impegnarsi a proteggere il sistema climatico sulla base di “responsabilità comuni, ma differenziate e rispettive capacità”, lasciando ai paesi sviluppati il ruolo di guida. In altre parole, si decise che l’impegno delle parti dovesse essere proporzionato alle loro emissioni storiche, consci delle differenze in termini di capacità e di colpe dei differenti Stati firmatari.

Al momento della firma della convenzione, i Paesi sviluppati avevano già contribuito in grande misura al cambiamento climatico, avendo iniziato a emettere anidride carbonica più di un secolo prima. D’altra parte, i paesi in via di sviluppo, che stavano iniziando a far crescere le proprie economie, erano considerati meno responsabili.

Sulla base di questa consapevolezza, ai primi venne richiesto un impegno maggiore, che consisteva nel ritorno ai livelli di emissione del 1990. Al contrario, i Paesi in via di sviluppo non avevano restrizioni immediate, ma dovevano presentare relazioni sulle proprie emissioni, con l’appoggio finanziario dei Paesi più sviluppati.

Il punto debole dell’accordo

Fin da subito l’accordo comprese le necessità degli Stati e affidò loro compiti sulla base delle loro possibilità; ciò nonostante il rischio era che la maggior parte degli impegni non venisse portata avanti, essendo i Paesi non vincolati legalmente.

Al fine di limitare questo problema, la Convenzione previde fin dall’inizio la possibilità per le parti di adottare ulteriori atti, detti protocolli, che avrebbero posto limiti obbligatori di emissioni. Questi dovevano essere adottati in appositi incontri formali, organizzati a partire dal 1995, chiamati Conferenze ONU sul Cambiamento Climatico, ma meglio conosciuti come COP.

Fino a oggi, la COP3 del 1997 è stata la più importante, quando si adottò il Protocollo di Kyoto per stabilire azioni giuridicamente vincolanti per i Paesi sviluppati.

Potrà la COP26 di Glasgow diventare la nuova principale?

di Simona Romerio – Responsabile comunicazione marketing presso ECODYGER Srl Società Benefit