Facciamo un gioco di immaginazione

Facciamo un gioco, io vi descrivo una scena e voi provate a immaginarla: vi sembrerà un po’ catastrofica in alcune parti, ma abbiate fiducia che non è tutta così.

2020. Un virus si diffonde nel nostro Pianeta, inizialmente non si hanno molte informazioni e lo si prende un po’ sottogamba. Dopo qualche tempo, ancora non si hanno notizie utili, l’unica cosa che si sa è che è pericoloso, mortale addirittura. Per proteggerci serriamo tutto. Scuole chiuse, impianti industriali fermi, cassa integrazione o, a chi va meglio, smart working. Guardiamo il mondo da un oblò… cioè volevo dire, da una finestra e vediamo le strade vuote: le nostre macchine sono in garage da giorni. Ma nei parchi di Milano si riuniscono i conigli, nel porto di Cagliari i delfini. Mentre noi siamo immobili, l’ambiente intorno a noi rifiorisce, il nostro impatto ambientale diminuisce e così le emissioni di gas serra. È un anno difficile, ma almeno l’ambiente ne trae giovamento.

Fine del gioco. Siete riusciti a immaginarvi tutto?

Secondo me sì, forse perché più che un gioco di immaginazione è stato un lavoro di memoria: tutto quello che ho descritto è successo davvero, o quasi.

C’è una parte che non è andata proprio così: i gas serra non sono davvero diminuiti. Non lo dico io, ma l’Osservatorio Mauna Loa che in questi giorni ha registrato la più alta concentrazione di CO2 in atmosfera da sempre.

 

Sempre più CO2 in atmosfera

Nonostante il blocco di quest’anno, l’Osservatorio Mauna Loa ha registrato un record di anidride carbonica presente in atmosfera.

Se vi state chiedendo cosa sia questo Osservatorio, ecco a voi la risposta.

L’Osservatorio Mauna Loa è una stazione di riferimento atmosferico situata sul vulcano Mauna Loa delle Hawaii. Fin da quando è stato creato, nel 1958, monitora e raccoglie dati relativi al cambiamento atmosferico. Oggi è la stazione più importante per il monitoraggio continuo dell’anidride carbonica nell’atmosfera.

Quando è nato questo osservatorio, la media di CO2 in atmosfera era di 315 PPM (Parti Per Milione): ciò significa che nel 1958, per ogni milione di particelle di varia natura ce n’erano 315 di anidride carbonica.

Oggi la media è di 421,21 PPM: un valore piuttosto alto, dobbiamo ammetterlo.

C’è da dire una cosa però: questo è il periodo dell’anno in cui i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera sono più alti! Fra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera si raggiunge il picco perché questo indicatore viene influenzato dalla fioritura degli alberi e dalla loro capacità di assorbire CO2.

Di conseguenza, 421 PPM è il dato peggiore relativo al 2021 che potremo avere! Ciò non toglie che negli anni appena passati, in questo stesso periodo, questo valore fosse di 415. È vero quindi che in questo periodo dell’anno si raggiunge sempre il valore massimo, ma questo anno dopo anno è sempre più grande.

L’andamento del trend di anidride carbonica in atmosfera è sempre stato coerente: fin dalle prime registrazione il numero di PPM è andato crescendo. Al contrario, la velocità di crescita è mutata molto e negli ultimi anni ha subìto una brusca accelerazione. Nel corso di 63 anni la CO2 in atmosfera è salita di 106 PPM, ma più del 35% circa di questo aumento è avvenuto negli ultimi 15 anni.

 

Uno sguardo nel passato e nel futuro

L’Osservatorio Mauna Loa ci fornisce molti dati, ma non è l’unico.

Il GRID-Arendal è un centro di comunicazione ambientale, nato in Norvegia nel 1989, che collabora con l’UNEP e che sostiene le Nazioni Unite nella gestione, nella valutazione e nella comunicazione di informazioni ambientali.

Nel 2005 ha pubblicato un grafico che mostra l’aumento dei livelli di CO2 nell’atmosfera dal 1870 al 2004 e la predizione (finora rivelatasi corretta) del trend fino al 2100.

È come se la curva fosse pronta a schizzare fuori dallo schermo da tanto incremento c’è stato nell’ultimo anno.

 

E oggi?

Eppure, il nostro scenario immaginario sembrava credibile: avrebbe avuto senso una diminuzione dei gas serra nell’atmosfera! E invece, nemmeno una crisi globale è bastata a invertire, né rallentare, questo trend.

Ma com’è possibile registrare un record negativo nonostante l’anno che abbiamo appena vissuto? Saremmo tutti pronti a dire che il mondo si sia fermato in questi ultimi mesi, ma non abbastanza a quanto pare: il rallentamento portato dal lockdown è stato solo un fenomeno temporaneo.

Nei primi mesi del 2020, le emissioni di anidride carbonica sono diminuite del 5,8% rispetto all’anno precedente: ciò ha rappresentato la diminuzione annuale, in percentuale, più alta dalla Seconda Guerra Mondiale. Secondo l’IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia) la causa di questa riduzione è da ritrovare soprattutto nel crollo della domanda di prodotti petroliferi e nel minor utilizzo di carbone per la generazione elettrica.

Nella seconda parte dell’anno, però, la riduzione di gas serra si è assottigliata fino ad arrivare a Dicembre 2020, quando si sono registrati livelli del 2% maggiori rispetto all’anno precedente.

Le motivazioni sono molte e differenti.
Gli incendi avvenuti in Australia fra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 hanno rilasciato in atmosfera circa 830 milioni di tonnellate di CO2: più dell’inquinamento da gas serra annuale della Nazione. Un fenomeno paradossale se si pensa che le foreste, che solitamente assorbono CO2, sono diventate esse stesse fonti di inquinamento.

I Paesi che per primi sono usciti dalla crisi Pandemica hanno dato vita all’”effetto rebound”: la crisi ha causato una diminuzione delle emissioni, che è stata del tutto annullata nel periodo della ripresa economica. Cina e India, ad esempio, hanno ripreso a marciare molto velocemente in materia di combustibili fossili.

Per ottenere risultati significativi sulla presenza di gas serra in atmosfera, la riduzione di CO2 causata dalla chiusura sarebbe dovuta essere di circa il 30%, e non del 5,8%, e per almeno sei mesi: “l’anidride carbonica è un po’ come la spazzatura in una discarica. Noi continuiamo a emetterla e questa continua ad accumularsi” (Ralph Keeling – geochimico).

Una cosa a questo punto ci è chiara: un cambiamento ambientale positivo non può essere duraturo se deriva da eventi straordinari su cui non possiamo intervenire. Ha bisogno di una trasformazione radicale nel nostro modo di pensare e di vivere e soprattutto che parta da noi: una crisi mondiale non può essere la strada migliore.

Ecodyger crede nel cambiamento volontario, in un mondo a emissioni 0 e nella possibilità di agire in prima persona.

 

 

di Simona Romerio – Responsabile comunicazione marketing presso ECODYGER srl Società Benefit